Li per li pensi che è arrivato il momento, che di li a poco un pezzo di calcinaccio ti cadrà in testa, o che di li a poco ti mancherà il pavimento sotto il letto, e via giù con tutte le macerie.
Poi finisce tutto, chiami i tuoi con un urlo irreale, e un briciolo di sollievo ti viene quando senti un “si, tutto bene” ancora misto ai crampi del sonno.
Poi vedi le facce di terrore. Di chi ancora deve realizzare, di chi vorrebbe solo dormire e buttarsi dietro tutto, di chi corre ad accendere il computer e la televisione, di chi dice “chiama tuo fratello e senti come sta”.
Poi dopo un po vedi “sei punto tre richter, epicentro nell’aquilano”. E pensi immediatamente ai tanti amici con i quali scambi solo due chiacchiere, mettendoli nel dimenticatoio romano. Pensi che improvvisamente forse loro non ci sono più, pensi che magari qualche loro familiare non c’è più, pensi che ci sono sia i primi che i secondi, ma che tu forse non hai più una casa per ospitarli a prendere un caffè.
Con le ore magari ti calmi, pure se resti incollato al pc, guardando ogni tanto le cose appese in camera che debolmente si muovono, si fermano, si muovono, si fermano…
E poi arrivano i morti. Prima 2, poi 4, poi 8, poi 40, poi 120… e pensi che stai solo all’inizio. Vedi i posti in cui sei cresciuto che sono distrutti, disperati, che chiedono aiuto. E tu rimani li, inerme, con un groppo in gola che manco il pianto ti lascia andare.
Vedi L’Aquila, Onna, San Pio delle Camere, Paganica, Tornimparte, San Demetrio…
E pensi a quello che tuo padre ti ha detto stamattina, quando andò volontario nell’80 in Irpinia. Quando vide Zamberletti parlare con un carabiniere di Calabritto.
“Di cosa avete bisogno?”
“Delle bare”.



