“Il mio nome è Ayrton, e faccio il pilota. E corro veloce per la mia strada. Anche se non è più la stessa strada, anche se non è più la stessa cosa”.
I ricordi che ho di Lucio Dalla si sintetizzano con quella strofa. Mi ricordo che Banana Republic fu il primo disco che ricevetti. Non un cd, un vinile. Vero. Che puzzava di plastica e che mi divertivo a fermare sotto alla testina. E con il quale conobbi Dalla, coi sui vocalizzi su Piazza Grande, che prima di capire che non fossero farneticazioni in inglese ci misi tanto tempo. E che ancora preferisco ricordare come inglese sbiascicato.
A risentire le sue canzoni ora che è morto e sepolto mi viene il magone. Perché nel bene o nel male mi ha accompagnato con tante note, crescendo. Dalla di “Piazza grande”, di “L’anno che verrà”, di “Balla balla ballerino”, di “La canzone di Orlando”… Il Dalla “vero”, per capirci.
Poi la strada non era più la stessa. O forse ero io, che avevo preferito sentire altre cose. E rivederlo a Sanremo è stato anche brutto, associarlo a quella canzone abbastanza insentibile.
“Tu mi hai detto chiudi gli occhi, e riposa. E io adesso chiudo gli occhi.”
Ci mancherai, Lù.




