Elezioni?

Elezioni amministrative?
https://www.youtube.com/watch?v=PLa_P5ZZbd4

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Vivere

Si. E’ un bel periodo della mia vita.

Periodo che mi sta mettendo alla prova sotto tanti aspetti, ma che mai come prima mi sta facendo sorridere. Ed è bello. Dannatamente bello.

Vasco non mi piace molto, quanto meno non sono un grande fan. Però “Vivere” mi è sempre piaciuta. In altri tempi mi sarei fermato allo “oggi non ho tempo/oggi voglio stare spento”, ma oggi proprio non ci riesco, ne soprattutto lo voglio.

Vivere e sperare di star meglio
Vivere, vivere, e non essere mai contento
Vivere, vivere e restare sempre al vento a vivere
e sorridere dei guai
proprio come non hai fatto mai
e pensare che domani sarà sempre meglio

:)

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Fa che ci sia più luce

Perchè alla fine la luce è bella sempre.

Sia che essa sia un cielo luminoso, blu intenso, che fa contrasto con i colori di una città. Sia che essa sia un cielo pieno di stelle.

Poco importa la forma. L’importante è che ci sia sempre luce. Luce, e colore. Perchè se ci pensi la luce è anche colore, somma dei colori. E quando c’è luce i colori esplodono, diventano vividi, diventano veri, e tu riesci a viverli. A respirarli, a sentirli attorno a te.

A suo modo anche il grigio è un colore. Come lo è anche il nero. Ma se guardi bene anche il grigio ha colore. Te ne accorgi guardando gli altri colori che lo contrastano. E ti rendi conto che niente è grigio e basta.

Anche il nero ha colore. Pensa ad un cielo stellato. Quelli che vedi nelle fotografie notturne, pieni di stelle e colori. O anche, no anzi soprattutto, quelli che vedi con i tuoi occhi mentre guardi le stelle cadere. Colori di polveri lontane, ma sempre colori. E ti accorgi che il nero è solo un grande sipario per quello spettacolo.

E poi pensa. Quante volte ti sei detto o hai detto agli altri “guarda che bei colori?”. Ecco. Ricorda che se vedi i colori, allora vuol dire che c’è la luce. E quando c’è luce, ci sono i colori.

È il più bel circolo vizioso in cui puoi cadere.

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B. B.

Non so perchè, ma tutte le volte che viaggio e vado da qualche parte, l’ultimo giorno, nell’ultima passeggiata prima di ripartire, becco sempre un sassofonista, in strada, che suona qualcosa di malinconico. Summertime, Somewhere over the rainbow, We’ll meet again, e potrei andare avanti all’infinito.

Ieri sera qui a Glasgow ho incontrato due suonatori. Uno in kilt che suonava la cornamusa, e uno con la chitarra che suonava Worry worry di B. B. King.

Avrei dovuto capire subito che era un brutto segno.

Ciao, grande B. Che Lucille ti protegga, ovunque tu sia.

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Vento e orizzonte

Ho un rapporto molto strano col mare.

Da piccolo ho avuto la grande fortuna di passare le mie estati senza fare torto a niente: due settimane al mare, il resto in montagna. E sebbene fossi ancora piccolo per legami forti, di quei 15 anni circa che ogni estate scendevo in Calabria ho un bel ricordo.

Prima fu a Praia a Mare. Ero piccolissimo, e ho ricordi vaghissimi. Ricordo solo un parco giochi dove ogni santa sera mettevo in croce mio padre per salire sul “bruco mela”, e un concerto di Vasco Rossi visto dal terrazzo della nostra casa.

Poi fu la volta di Tropea. Prima di tutto i viaggi lunghissimi, le code sulla Salerno – Reggio Calabria, le polpette di mamma nel thermos mangiate nel piazzale di un Hotel a Lagonegro, il primo momento in cui verso Falerna inizi a intravedere il mare, e la faccia di papà che sospirava il suo classico sbuffo di “è finita ‘sta faticaccia” arrivati al villaggio (perchè si, siamo andati nello stesso villaggio prima di Tropea per ben undici anni di fila). Ricordo i temporali notturni, che erano qualcosa di pauroso per l’acqua a catinelle e i tuoni, la scogliera alla fine della spiaggia dove “nun ce annà perchè te fai male”, l’animazione del villaggio che mi faceva divertire, da bambino qual’ero (ah, beata e ignorante gioventù). E ricordo quel mare stupendo, blu, pulitissimo: te lo dovevi guadagnare con sonore bestemmie, perchè prima dell’acqua c’era una lunga lingua di ciottoli che nonostante fossero rotondi sembravano una miriade di aghi sotto i piedi, ma una volta dentro era un paradiso. Vedevi il fondo, vedevi anche qualche pesciolino microscopico che arrivava vicino ai tuoi piedi, di guardava curioso, e poi scappava via intelligentemente. Ricordo il cibo che tante volte abbiamo definito “commovente” quanto era buono (nonostante le mie svariate intolleranze e rompicoglionaggini alimentari), e ricordo che ogni volta era un colpo al cuore andarsene. Perchè è vero: al sud piangi due volte, quando arrivi e quando te ne parti. A volte mi ricordo alcune immagini di quegli anni e di quei momenti, sparsi tra Zambrone e Tropea, li dove sono nati la mia simpatia per i calabresi, il mio amore per la spiaggia dopo le 18/18:30, e la mia fobia per il mare sporco, perchè ho difficilmente trovato un mare più pulito di quello li.

Poi decidemmo per questioni economiche di cambiare. Prima un anno nella stessa casa di Praia a Mare. Poi per qualche anno sulla costa Ionica. Ma non era più a stessa cosa: ero cresciuto, i posti erano diversi, e non avevano quella magia degli anni passati.

Da li poi ero diventato cresciutello, e dopo l’ultimo anno con i miei in Sardegna, presi la strada delle vacanze estive con gli amici. E sebbene anche qui ho alcuni ricordi molto piacevoli, in particolar modo di Villasimius e di Otranto, mi sono reso conto di una cosa, che poi è diventata per me un verbo assoluto: il mare, a lunghe dosi, mi rende intrattabile, rompicoglioni (molto più del solito), e soprattutto mi fa dare di matto. E non a caso, due delle più grosse litigate della mia vita sono avvenute proprio in vacanza con gli amici al mare, guarda caso entrambe in Sardegna. Da li ho detto: basta. Al mare d’estate mai più. C’ho un mondo da vedere, me lo vedo d’estate, ci guadagno. Così ho iniziato a viaggiare, e il mare ho iniziato a vederlo a pillole di una giornata, sul litorale pontino, partendo e tornando in Abruzzo, a 900 metri, dove il caldo non è un problema. Da quel momento si sono espansi a dismisura il mio amore per la montagna, e il mio “odio altalenante” per il mare.

Altalenante, già. Perchè nonostante questo odio, più volte l’anno mi prende una sorta di nostalgia. Come una voglia di sentire il rumore delle onde, di avere tra i capelli il vento salmastro. Quindi mi metto in macchina e vado nei posti intorno a Roma. Qualche volta capita anche d’inverno, quando fa freddo e il mare è perennemente incazzato (e, forse, è il momento in cui il mare mi piace di più in assoluto. Riesce a starmi simpatica anche Ostia, in quei casi). A volte ho anche avuto la fortuna di non essere da solo, e di avere la compagnia di persone a me carissime (e il vederle sorridere guardando il mare con i piedi scalzi sulla battigia è una delle cose più belle che mi ricordi). Ma indipendentemente da tempo, condizioni atmosferiche, compagnia o altro, ogni volta che ci vado mi sento ispirato. Nel bene o nel male. Nella felicità immensa che alcune giornate di questo tipo mi hanno dato, nella tristezza o nella nostalgia del loro ricordo, o più semplicemente nel fermarti sulla sabbia, isolarti dal resto del mondo, e concentrare solo due sensi: il tuo sguardo verso l’orizzonte, e il tuo udito al rumore del vento e delle onde.

Cristoforo Colombo ha detto che “il mare concederà a ogni uomo nuove speranze, come il sonno porta i sogni”.

Al fin della fiera, mi sa tanto che è vero.

(Photo courtesy of photogenres.com)

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L’anno che verrà

Ogni tanto, tocca anche a me fare dei bilanci. Si, ok, un post del genere lo fanno tante persone. Si, ok, il titolo è sputtanato. Ma alla fine, chi se ne frega.

Il 2014 è stato un anno molto diverso dagli altri. Ci sono stati tanti cambiamenti nella mia vita, buoni e cattivi non fa differenza. Girando qua e la per Internet, giorni fa, ho trovato questo aforisma di Dave Berry:

Never be afraid to try something new. Remember, amateurs built the ark. Professionals built the Titanic.

Rileggendolo, dopo quest’anno, ho capito che è oro colato. Perchè se da una parte quest’anno è stato una specie di annus horribilis per tante cose che non sto qui a specificare, è pur vero che tante altre cose di questo anno sono da salvare, e in buona parte sono frutto proprio dell’aver provato qualcosa di nuovo. E si, come ho già scritto nel post precedente, se riguardo indietro, una volta tanto, sorrido.

Alla fine quest’anno per me è stato un anno di viaggio. Non solo in termini geografici, vissuto a cavallo di Italia e Germania, ma anche e soprattutto di un viaggio interiore, dentro di me. Viaggio che, credo, sia appena cominciato. Ho capito che tante piccole cose che nella mia vita non c’erano è necessario che ci siano. E se poi c’erano, non gli davo la giusta e doverosa importanza. Ho capito, finalmente, cosa vuol dire avere delle radici, e quanto sia importante ricordasene sempre. E si, quanto è importante anche esserne fieri. Ho capito che la solitudine è una brutta bestia, ma che a volte ce la creiamo da soli con quello che facciamo tutti i giorni, o che a volte è necessaria per capire alcune cose. Ho capito che avere amici veri è una cosa difficile, e che bisogna combattere tanto per averli, senza mai sottovalutare la cosa. E che, soprattutto, averli è meraviglioso. Ho capito tante altre cose, ma è inutile che le scriva tutte, qui. Come è anche inutile fare previsioni, o propositi, per l’anno nuovo. È un libro aperto che scriviamo noi ogni giorno, con quello che facciamo.

Però almeno una cosa la posso fare. Essere pronto, non avere paura, e ricordarsi sempre, in ogni momento, di chi ci vuole bene, poco importa dove e con chi stia.

E se quest’anno poi passasse in un istante
vedi, amico mio, come diventa importante
che in questo istante ci sia anche io.

Io mi sto preparando. È questa, la novità. :)

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Remember, remember…

Meine Damen und Herren, unsere nächste Halt ist Göttingen. Vielen Dank, dass Sie haben Deutsche Bahn gewählt, und auf Wiedersehen.

Un anno fa non ci capii nulla, di quella frase. Era come un brusio indistinguibile, che non riuscivo a decifrare per intero. Come un rumore bianco.

Più o meno a quest’ora stavo arrivando a Göttingen. Avevo la testa immersa ancora in mille pensieri, ricordi, paure, mancanze. C’era di tutto dentro. Anche un raffreddore bestiale. E niente ecco, non ci capii nulla, capii solo “Göttingen”. Presi la mia valigia enorme, e scesi. In tutto scendemmo da quel treno in dieci. E ricordo il freddo. Intenso, pungente.

Dormii ovviamente poco, complice anche un letto scomodissimo. E il giorno dopo, nonostante il raffreddore, andai in giro ad “annusare” la città dove avrei vissuto per otto mesi. Ancora ero ignaro di come veramente era, di cosa avrei trovato. Ma li per li mi piacque. C’era l’atmosfera natalizia, il mercatino, il pastore all’ingresso della chiesa che mi fece gentilmente capire che per entrare la domenica c’era bisogno di un offerta… Ero eccitato e terrorizzato allo stesso modo.

Mi sembra ieri, che tutto quanto è successo. Mi sembra ieri quando ho dato la mano al mio capo, e quando ho detto a Tor Vergata “ci vediamo tra un po’”. Quando ho passato una giornata struggente con una persona. Mi sembra ieri quando quelle poche persone vennero a casa a salutarmi. Mi sembra ieri che vidi mio padre piangere per la terza o quarta volta in trent’anni, e che mia madre non mi voleva lasciare andare dentro al Terminal. Mi sembra ieri il panico che provai passati i controlli, a Fiumicino. Mi sembra ieri. Tutto.

Eppure è passato un anno. Anno in cui è successo letteralmente tutto, nella mia vita. È stato un anno in cui ho affrontato una larga fetta delle mie paure. In alcuni casi ho visto che in realtà era tutto un castello di carta, in altri che era di pietra, ma con le mura basse e quindi facili da salirci sopra, e in altri in cui le mura sono state alte chilometri, insormontabili. Ho capito finalmente chi ero, da dove venivo, che cosa mi portavo dietro.

E come ho scritto, anche se non vedevo l’ora di andarmene per tornare nel posto a cui appartengo, mi mancano e mi mancheranno molte cose della mia vita lassù. Così come mi sono mancate, mi mancano e mi mancheranno molte cose che ho lasciato partendo, e che al ritorno non c’erano più. O che si sono deteriorate stando lassù, e si sono rotte tornando. O che sono nate poco prima di andare lassù, e nonostante la distanza fisica e temporale sono davanti a me, ora. O che semplicemente, tornando, non andavano più bene, o che dovevano fare un passo indietro.

Tante, tantissime cose mi mancano, in questo momento della mia vita. Alcune sono cose perse che non torneranno più, altre messe in disparte, sperando che anche se il tempo passa possa riprendermele in ottica nuova, e migliore.

Ma alla fine, i ricordi, le parole, le emozioni sono sempre nella mia testa. Magari in bocca lasciano anche un po’ di amaro. Ma alla fine, a ripensarli, sorrido. Perchè ero felice. E sono sicuro che, prima o poi, tornerò ad esserlo.

:)

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