Tschüss

It’s time.

Soon I’ll close the door of my apartment. I’ll wave my neighbor goodbye. I’ll go down the stairs. I’ll load the trunk of my car. I’ll start driving. I will look in the rear view mirror.

And I’ll see everything.

I’ll see the panic I had the night before, the tears in my eyes waving my parents goodbye, and all the thoughts I had on the airplane.

I’ll see the train station in Frankfurt, the thermometer at -3° at 4PM, and the skyscrapers glowing in the dark, making all “New Yorkdorf”.

I’ll see my first day here, sniffing the city with every step, and remaining with my mouth wide open at the sight of all those bicycles at the train station, or for the beauty of the Christmas Market.

I’ll see all the joy I had when walking, for the first time in my life, in my apartment.

I’ll see my curiosity of working in an office where us Europeans where not the majority.

I’ll see my comatose face after the first non-asleep night because of a WG-Party at my neighbors’.

I’ll see all the happiness of flying, that December day, above Alps in the Sun, and how it felt right to hug my family again (yes, it’s true. We italians love our mamas and papas. And we’re proud, of this love.)

I’ll see the despair and the tears for a new apartment, which had nothing of new, except for the dust on the furniture. And I will see it changing, every day, with my hand, in every detail.

I’ll see the chinese new year’s eve, the dumplings we prepared, and how it was nice to be “part of our so-far-away-from-home family”.

I’ll see my smile when, for the first time in my life, I went to work by bicycle. Even if there was frost in the ground.

I’ll see myself bashing my head on a door for having thrown in the toilet four months of work, even if it wasn’t my fault.

I’ll see how my old friends turned their backs on me, leaving just one or two real friends, the one you can count on for the rest of your life.

I’ll see the first spring sunrays on Holtensen’s hills, and the yellow of the fields shining.

I’ll see how Germany felt different, that night at the Gänseliesel, when the world cup was over.

I’ll see Kassel’s castle, and its monumental “Wilhelmshöhe” writing. I’ll see Leipzig and the first sip of Gose I made. I’ll see Berlin, the Sun on the Reichstag’s dome, and the look on my mother’s face looking at the East Side Gallery. I’ll see Hamburg, its wind, its habour, and my father with some tears in his eyes, finding the store where thirty years ago he bought an amber necklace for my mother. I’ll see Lübeck, its high spires and its marzipan. I’ll see my brother at Real, saying “Christ, Italian markets do not have any sense anymore”. I’ll see the cold I felt in Goslar, wondering about all those kids running with just a t-shirt. I’ll see Eisenach’s forests, Erfurt’s cathedrals and the Wolfsburg’s beautiful cars. I’ll see the three rivers crashing into themselves in Hannoversch Münden, and a small baby in his cradle in Hannover.

I’ll see all these eight months I spent here, and I’ll understand that I will miss every corner of this place, even though I’m happy to be on my way to the place I belong.

I’ll see each and every one of you. The ones I shared pieces of life with, and those I only said “Hi”. I’ll see who I loved and who I hated, and no matter who you were you’ll stay forever in my mind and in my heart, for all the pieces of life or “Hi”s I shared with you.

And I’ll smile. Wide open.

Thank you for everything, folks. From the bottom of my heart.

Thank you. Danke. Obrigado. Gracias. תודה. 謝謝. धन्यवाद. ありがとう.

Grazie!

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Braci

Fare un fuoco alla fine è relativamente semplice, se fai le scelte giuste.
La legna migliore è quella secca, che magari è stata tagliata un po di tempo prima e messa in uno sgabuzzino. Prendi i legnetti, quelli piccoli. Li accendi in più parti, e piano piano si incendiano, scaldando i mattoni del camino. E quando è bello caldo, ci si mettono i ciocchi più grandi. Magari tagliati a metà, così non perdi tempo con la corteccia e bruciano meglio.
Il più è fatto, a quel momento. Il fuoco consuma la legna, che bruciando mantiene i mattoni caldi, così che quando un nuovo ciocco viene buttato tra le fiamme, si accende in un secondo. E finchè il fuoco è caldo, per mandarlo avanti basta poco. Giusto sistemare ogni tanto i ciocchi, se si sformano un po.
Il bello del fuoco, a quel punto, è la brace. quella gialla e rossa che brucia, e che scotta la pelle anche a distanza. I nostri nonni la usavano per tutto, dalla cucina fino ai “scaldini” da mettere sotto il letto, per asciugare l’umidità delle lenzuola dove non c’era il riscaldamento. Ora il fuoco può salvarti se la corrente va via, e non hai il riscaldamento. O più banalmente, può dare quel sapore meraviglioso a qualunque cibo ci metti sopra.
Ogni tanto, se la giornata è ventosa e il comignolo è fatto male, magari un po di vento entra nella canna fumaria, e ti ributta nella stanza un po di fumo. Ma tu vai avanti comunque. Anche solo per sentire quel tepore che ti scalda dentro le ossa, che ti da calma e serenità.
Ma prima o poi il fuoco va spento. Magari perchè è finita la carne da cuocerci sopra. Magari perchè non si ha più legna. O magari perchè è semplicemente arrivato il momento di andare a dormire, e ti spaventano cose come il monossido. Allora o lasci il fuoco morire da solo, oppure basta un po di acqua. Ed è il momento più triste, perchè appena l’acqua entra in contatto con le braci, rimngono solo cenere, fumo e qualche pezzo di legna annerito. E il freddo dell’inverno si comincia subito a risentire.

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So long.

It’s raining in Baltimore
Fifty miles east

Siedi. Come sedevi quelle notti rimediate per caso, su quella sedia scomoda, in quel garage freddo. La birra ti scaldava lo stomaco. Il corpo lo scaldava un tavolo da ping pong. Le mani le scaldavano le corde e i plettri. Quando smettevate di fare rumore non si sentiva nulla. Solo lontano si sentiva un fruscio, come qualcosa che diceva “Ancora! Di nuovo, non smettete di suonare!”.

It’s raining in Baltimore, baby
but everything else’s the same

Sorridi. Come sorridevi mentre buttavi giù un birillo al bowling. Come sorridevi davanti ad una pinta. Come sorridevi quando “oh, so le due. non c’ho sonno, vedemose un film”. Come sorridevi quando in macchina passavi a prendere tutti. Come sorridevi sotto una croce, una bottiglia in mano, e la valle sotto di te, con le sue luci e i suoi fuochi d’artificio. Come sorridevi quando “oh, c’ho fame. Ma dù spaghi?”. Come sorridevi quando alzavi la cornetta e dicevi “che stai a fà?”.

There’s things I remember
There’s things I forget

Pensa. Pensa che tutto questo non è tornato indietro e non tornerà. Pensa che forse, se anche tornasse, non ti andrebbe più bene. Pensa che forse, se anche ti andasse bene, non saresti più quello di allora. Pensa che forse, se anche fossi quello di allora, gli altri non lo sono più. Pensa che forse siete o sarete più distanti di quei pochi chilometri. Pensa che le vostre vite hanno preso un’altra strada, e che ogni anno da allora ne hai sempre avuto la certezza.

This circus is falling down on its knees
The big top is crumbling down

Ricordi le foglie che cadevano? Sei diventato una di quelle.

I miss you.
I guess that I should.

Piangi.

Questo post, ovviamente autobiografico, era per l’EDS “Il blues del blu“, di La Donna Camel. Altri racconti:

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Usticazzi

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33 anni. 81 morti. Nessun colpevole.

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Senza vergogna

È dal 24 di febbraio che sono deluso.
Mentre facevamo lo spoglio delle schede ci arrivavano i primi dati, e man mano che arrivavano mi sentivo sempre peggio. Ma quando sei al seggio è tutta un’altra cosa. Sembra una cazzata, lo so, ma fidatevi che è così. Quando tocchi con mano le schede, vedi quanto è alta l’una o l’altra piletta di schede, vedi le X tracciate dagli elettori… beh, fa molto più male. È una cosa che non si può capire se non si è dentro al seggio.

Uscito fuori mi sentivo deluso. Avevo perso qualunque tipo di speranza nel popolo italiano, nella sua capacità di giudizio, nella sua intelligenza. E andando a casa mi rendevo conto che uno su tre l’aveva rivotato. “Cambierò l’Italia”. C’è riuscito, purtroppo.

Chi legge queste pagine sa che, nel bene o nel male, sono di sinistra. Anche se un po sui generis. Sono favorevole a eutanasia e espianto di organi, ma col cazzo che mi farei fare entrambi. Non ho nulla contro l’immigrazione, ma penso che a parità di fattori un italiano debba avere la precedenza su qualsiasi cosa (e a parità di crimini, debbano andare in galera tutti e due). Sono *tendenzialmente* favorevole alla liberalizzazione delle droghe leggere (se proprio si dovesse fare), ma m’è sempre stato sul cazzo il concetto di spinello e tutto quello che ci gira attorno (oltre che al fatto che non m’è mai piaciuto, ogni volta che l’ho provato, proprio il sapore). Credo fermamente che il comunismo sia la forma di governo perfetta, ma allo stesso tempo la prendo come un’utopia, quindi irrealizzabile, quindi quello che è mio è mio, e vaffanculo se me lo vuoi toccare in onore del “bene comune”. Ipocrita, forse. Ma così è.

Tutto questo per dire che mentre tornavo a casa io ero quello che non l’aveva votato. Ne direttamente, ne indirettamente. Come al solito, m’ero turato il naso, votando alla Camera ciò che mi rispecchiava maggiormente, e al Senato ciò che poteva contrastare B. con questa legge elettorale di merda che ci troviamo. E per questo mi sentivo deluso come mai lo ero stato prima. Quel barlume di speranza nel popolo italiano era stato completamente spazzato via da chi l’aveva rivotato dopo questi vent’anni, e da chi aveva votato il neofascistoide a tante stelle.

Ma non mi sarei mai immaginato che si potesse andare ben oltre il fondo del barile. Quanto meno, non così alla luce del Sole, sotto gli occhi di tutti, chi deliberatamente fregandose di quanto i propri elettori pensano, chi contenuando a fare promesse che mai potranno essere mantenute, chi vantandosi di essere “il nuovo che avanza” salvo poi trovarsi a dormire in parlamento e/o a vantarsi di essere la seconda forza politica in parlamento (ah, beata la matematica) e/o a leggere la costituzione e poi non sapere che per il fare il presidente della Repubblica bisogna avere almeno 50 anni.

Ma quello che è successo tra ieri e oggi è andato oltre qualunque limite. Mai pensavo che il PD potesse provare a collaborare con B. Intendiamoci, non che in questi vent’anni non l’abbiano fatto più o meno direttamente. Se qualcuno (di cui non farò il nome. Dirò che ha i baffi) avesse provveduto a tempo debito oggi il problema B. non sussisterebbe. lasciando da parte le logiche di partito, che a noi popolino non è dato capire, io sono rimasto allibito quando ho letto i nomi, ieri.

C’era l’occasione, forse unica, di dare all’Italia un nuovo Pertini. Un presidente stimato da tutti (tranne B. e lacchè), uno dei massimi esperti di costituzione, e una persona straordinariamente avanti di pensiero laico e sociale. Nonchè, diciamolo, fondatore e presidente dei DS.

E invece il partito che ho votato al Senato se n’è sbattuto, di questa figura. E visto che ora va di moda “salire”, è salito allo scoperto, dichiarando pubblicamente un inciucio (visto che, a quanto pare, il nome l’ha scelto proprio B.), fregandosene di uno dei migliori politici veri italiani, nonchè “padre fondatore” dell’ex partito, e *soprattutto* deliberatamente fot-ten-do-ne-se di una intera base che diceva (e dice) di no, di non votarlo.

Tra ieri e oggi è andato in fumo il mio credo politico. Mai e poi mai mi sarei aspettato di pensare, stavolta seriamente, “Io alle prossime elezioni non vado a votare. Se ne andassero tutti affanculo, nessuno escluso”. Mai e poi mai mi sarei aspettato di dare ragione ad un ex comico che dice “Sono tutti uguali”.

Ieri, al Capranica, hanno deliberato la morte della sinistra italiana. Poco conta chi diventerà capo dello stato, ora. Potrà anche essere un buon nome, Rodotà stesso. Ma quello che è successo ieri (e oggi in Parlamento) è stato l’apice di venti anni di sfascio. Hanno varcato il punto del non ritorno, e vederli che si abbracciano in parlamento mentre i tesserati fuori bruciano le tessere mi ha fatto veramente male. Da morire. E la mia speranza ora è che alle prossime elezioni vengano spazzati via, e che tutti, pochissimi esclusi (quelli che hanno avuto le palle di votare Rodotà non per ordine di partito, ma per coscienza personale), spariscano dalla scena politica italiana. Tanto si sa, non patiranno problemi di disoccupazione, col lauto vitalizio che avranno.

Gente del genere casca sempre in piedi.

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Oltre il meraviglioso

Il problema è che, alla fine, sono rimasto esattamente come De Luigi. Lacrime comprese.

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9/11

2001, New York.

John si era alzato presto quella mattina. Presto aveva fatto colazione, presto era salito sulla metropolitana, e presto era salito nel suo ufficio al novantacinquesimo piano della Torre Nord. Era ancora assonnato, quindi decise, prima di iniziare a lavorare, di prendersi una tazza di caffè, e di guardarsi il panorama di Manhattan dall’alto. Mentre il caffè scendeva nella tazza sentì il rombo. Alzò gli occhi, e tutto diventò buio.

2002, Kabul.

Ahmed era appena rientrato a casa. Era passato un anno da quando aveva imparato a girare rasente ai muri, con le mani alzate, e di corsa. I cecchini erano ovunque, ma Aisha aveva fame. E Ahmed rischiava, solo per il sorriso di quella piccola. Il cibo era ancora sul fuoco, quando sentì un esplosione. Ormai c’era abituato, era una cosa quotidiana. Mentre allungava il cucchiaio a mo di aeroplanino molto più in alto si sganciava una bomba intelligente. Aisha e Ahemd non capirono nulla, videro solo tanto buio.

2007, Baghdad.

Karima era in giro per il suq. Ormai il Rais era un ricordo, gli americani erano qua e la per la sua città, ma era talmente contenta di poter finalmente uscire da casa libera, senza la paura delle bombe, dei rifugi, di rimanere uccisa. Poteva finalmente andare a fare la spesa per i suoi figli libera, sicura. Senza problemi. Passando per il suo banco preferito insiprò l’odore della frutta e della verdura a pieni polmoni. Fece appena in tempo a sentire, dietro di lei, qualcuno che invocava il nome di Allah, che le orecchie si riempirono di un boato. E vide il buio.

2001, Roma.

Ero appena uscito dopo quasi 3 ore di sala operatoria, quando mio fratello mi chiamò. Disse “Accendi la televisione! I libici bombardano New York!”. Avevo ancora la morfina in vena, e mi misi a ridere a pensare che per lui i nemici erano ancora i libici. “Ma che cazzo dici Clà! I libici!”. Vidi il secondo aereo schiantarsi in diretta. Sentii le voci dei giornalisti tra l’allarmato e l’addolorato. Ebbi paura, rabbia, sconforto, tristezza. Ma spensi il televisore, e dissi a mia madre, che era li a fianco “Non voglio altri pensieri, oggi”.

X, Darfur.

Gino era nella tenda, quando arrivò l’ennesimo bambino. L’ennesima vittima di una fame che guerre, governi, nazioni, politicanti non vedevano, o facevano finta di non vedere. Morto perchè non c’era un mercato. Morto perchè non c’era cibo. Morto perchè non c’era acqua. Morto perchè chi esporta democrazia, o chi crede in un qualunque Dio, sta con le spalle voltate, e fa finta di non vedere. Gino pensò tutto questo, scuotendo rabbioso la testa. Chiuse gli occhi, voleva vedere il buio. Ma li riaprì. E davanti a lui c’era quel bambino.

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